GABRIELE D'ANNUNZIO (1863- 1938)

BREVE BIOGRAFIA

Fece della sua vita un' opera d'arte" secondo i principi dell'estetismo che egli stesso affermava.

 

Nacque a Pescara nel 1863 da una famiglia borghese e fu precocissimo poiché cominciò subito a comporre. Compie gli studi liceali a Prato dove rimane fino al 1881; anno in cui si trasferisce a Roma dove viene accolto dalla società letteraria nei salotti mondani, diventando cronista mondano.

Acquistò subito notorietà producendo versi, opere e articoli giornalistici che spesso erano a contenuto erotico e suscitavano scandalo, ma divenne anche famoso per la sua vita altrettanto scandalosa con avventure galanti, lusso e duelli, vive in una villa come se fosse un principe rinascimentale, tra oggetti d'arte e cavalli di razza. In questo modo esalta un modo di vivere "inimitabile" che caratterizza il suo essere esteta, individuo superiore che si distingue dalla mediocrità borghese da cui rifugge inorridito. Conduce una vita sontuosa e piena di scandali.

 

1889 Pubblica “Il Piacere”

1892 incontro con la filosofia di Nietzsche  ( da cui deriva l’ideale del superuomo, un uomo che si sente superiore e per questo può dominare la massa )

1894 Relazione con la famosa attrice Eleonora Duse, inizio guai economici per i debiti lasciati dal padre.

1897 si fa eleggere deputato della Destra per poi passare alla Sinistra

1898 si trasferisce a Firenze nella villa La Capponcina dove conduce una vita dispendiosa.

1904 compone i primi tre libri delle laudi (Maia, Elettra e Alcyone).

1910 a causa dei debiti si trasferisce in Francia fino al 1915 (mantiene i contatti con l’italia tramite la collaborazione al Corriere Della Sera sul quale appaiono “Le Faville del maglio” testo in prosa autobiografico (1924-1928)

1912 compone il quarte libro delle Laudi, Merope

1915 scoppio prima guerra mondiale e si dimostra acceso interventista.

1916 perde un occhio in un incidente aereo e nel periodo di infermità scrive il Notturno prose autobiografiche pubblicato nel 1921

1919 compie l’Impresa di Fiume per denunciare l’insoddisfazione dell’Italia dopo i trattati di pace

1920 compone l’ultimo libro delle Laudi, Asterope

1921 si ritira nella villa “Il Vittoriale” a Gardone Riviera sul lago di Garda fino alla morte nel 1938.

 

POETICA di D'Annunzio.

Insieme a Pascoli è uno dei maggiori esponenti del decadentismo italiano.

D’ANNUNZIO e PASCOLI hanno in comune l’idea di letteratura e la visione del poeta;

1) secondo entrambi crolla la visione del poeta-vate, il poeta non è la guIda della società;

2) solo il poeta conosce e comprende la natura;

3) utilizzo di un linguaggio che solo il poeta comprende.

Ma si differenziano sulla visione della poesia; Pascoli infatti la vede come una poesia molto intima mentre per D’Annunzio la poesia è una celebrazione di se stesso.

 

Sono tre i temi principali della poetica di D’Annunzio: Estetismo(esteta), superomismo (super uomo), panismo.

Estetismo: (esteta o dandy) è il cultore del bello, colui che ricerca il bello, strettamente legato alla condizione economica;   come da una frase de “Il Piacere”: “fare della propria vita come se fosse un’opera d’arte” ovvero ricercare oggetti, situazioni che elevano il poeta dalla massa; l’esteta non è un uomo comune, egli disprezza la massa; egli è un uomo vuoto moralmente, e caratterialmente debole. (anticipazione personaggio dell’inetto).

Questo personaggio (esteta),grazie alla filosofia di Nietzsche si trasforma nel Superuomo; cioè un uomo che si sente superiore alla massa e che di conseguenza può dominare culturalmente la società dando un’immagine vincente di sé; inoltre domina anche la natura, diventa parte integrante di essa.

Panismo cioè la trasformazione dell’uomo in elemento naturale.

Definizione del panismo: “l’uomo si naturalizza, la natura di umanizza”.


Riassunto dei tre concetti: “Esteta che diventa superuomo e si fonde con la natura”.

 

 

IL PIACERE

Il piacere, il primo romanzo di D’Annunzio, pubblicato nel 1889, a soli 26 anni, è diviso in 4 libri.

La vicenda, ambientata a Roma, ha per protagonista Andrea Sperelli, ultimo rampollo di una nobile famiglia, un esteta il cui principio-guida è, secondo l’ideale dello stesso D’Annunzio, quello di “fare” la vita come si fa un’opera d’arte. Il giovane trascorre il tempo lontano dal “grigiore” della quotidianità, circondandosi di cose raffinate e lussuose, immerso in attività fuori del comune. La sua esistenza viene però turbata dall’abbandono dell’amante, la bella e misteriosa Elena Muti, che Andrea, nonostante le numerose avventure frivole, non riesce né a sostituire né a dimenticare. Ferito in duello, durante la convalescenza, si innamora, riamato, di Maria Ferres, una giovane molto spirituale. Ben presto però il rapporto si complica per la somiglianza fra le due donne: Andrea, sempre più tormentato dal ricordo di Elena, ricerca con la nuova amante le sensazioni provate con l’altra e quando, durante una notte d’amore, si rivolge a Maria chiamandola inconsapevolmente Elena, la donna inorridita capisce la verità e lo lascia.

 

Rispetto alla tradizione narrativa italiana l’opera ha caratteristiche assai nuove. D’Annunzio conserva, dell’impianto verista, la volontà di dipingere un affresco sociale e di costume, all’interno del quale indugia a descrivere l’ambiente moralmente malato, corrotto e ozioso dell’aristocrazia.

L’influenza delle nuove tendenze culturali europee incide fortemente sullo scrittore, spingendolo verso la costruzione di un romanzo in cui gli eventi esterni lasciano spazio all’analisi minuziosa delle psicologie e l’intreccio perde spessore rispetto all’indagine dei tortuosi meccanismi interiori dei personaggi, sui quali l’autore si sofferma con attenzione.

 

Con questo romanzo l’Italia conobbe un nuovo personaggio, un nuovo tipo di uomo, l”esteta. Andrea Sperelli, conte Fieschi-d’Ugenta, .

L’esteta protagonista del romanzo, è cresciuto col padre, che l’ha indirizzato all”arte e alla classicità, perché la bellezza è il valore cardine della vita perfetta. Sperelli, il giovane privato del normale rapporto materno, abita in un palazzo a Roma, Palazzo Zuccari, edificato a partire dagli ultimi anni del Cinquecento. Circondato da oggetti d”arte e da splendidi e preziosi complementi d’arredo, Andrea trascorre la sua vita partecipando a feste, banchetti, ritrovi, cene galanti, concerti.

La Roma del Piacere è la Roma umbertina, città gaudente, raffinata, lasciva, che si adatta bene al temperamento del protagonista. L’autore presenta ampi scorci cittadini, come Porta Pia e Trinità dei Monti, ed eleganti interni, come quelli di Palazzo Zuccari e di Palazzo Schifanoia, a Ferrara.

Il romanzo, ambientato tra il 1885 e il 1887, serve a D’Annunzio per denunciare la profonda limitatezza e mediocrità della classe borghese, oltre che la crisi dei valori e degli ideali dell”aristocrazia.

Andrea, tutto imbevuto di erudizione e di conoscenza artistica, fonda la sua vita su una massima paterna: egli crede che ”bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”.

Nella vita di Andrea non c’è posto per sentimenti umani, per amori sinceri: seguendo ancora gli insegnamenti paterni, egli sa che ”bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni”, perché chi è libero dai rimpianti, tipici degli spiriti ”disoccupati”, saprà ”conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza”.

La libertà è uno dei temi del romanzo: la libertà d”amare e di possedere, in campo amoroso, senza essere posseduto si riconoscono in Andrea, che si ritroverà da solo, all’inizio come alla fine del romanzo.

La scelta di Andrea di interrompere e di inseguire nuove relazioni sembrerebbe influenzata dalla volontà materna di riversare il suo amore non sul figlio, ma sul nuovo amante. Andrea crede di poter mantenere le redini di questa vita rivolta alla menzogna, ma egli viene sconfitto dal suo stesso cuore: egli crede d’essere un superuomo, ma è solamente il primo degli ”umiliati e offesi” (per citare Dostoevskij, ripreso da D’Annunzio nella stesura di Giovanni Episcopo, il suo secondo romanzo, apparso nel 1892) scaturiti dalla penna dell”Immaginifico. La vita illusoria, quasi sognata, vissuta da Andrea, si serve dei sensi, importanti per il godimento artistico e sensuale. L”esteta Sperelli, così come Dorian Gray e Jean Floressas Des Esseintes, è destinato ad essere sconfitto, perché il suo estetismo non conduce alla felicità. Il giovane esteta, tutto affascinato dalla bellezza, è diviso tra due donne: da una parte c’è Elena Muti, bella, seducente, tutta presa da passioni ferine e sessuali; dall”altra parte c’è Maria Ferres, una donna sposata, sensibile, colta, che si dedica con amore alla figlioletta.

Elena e Maria rappresentano l’oggetto del desiderio di Andrea: entrambe incarnano il desiderio più profondo del ragazzo, l”appagamento totale, che scaturirebbe dal possedere entrambe le due donne, così diverse, ma così importanti per soddisfare quel cuore dilaniato. Andrea è interessato all”erotismo prorompente di Elena, ma anche alla purezza d’animo di Maria, che crede d”essere amata davvero. Andrea vede in Maria quello che non ha ricevuto da sua madre, l’amore materno disinteressato. Elena e Maria sono contrapposte in maniera evidente, non solo per quanto riguarda il comportamento, ma hanno anche nomi particolarmente importanti: la prima ha il nome della mitica donna che causò la guerra di Troia, a causa del suo corpo statuario; la seconda ha lo stesso nome della madre di Cristo, che si reca sotto la croce piangendo e avendo pietà degli assassini del Figlio.

Tra cammei, vasi antichi, duelli mortali, arazzi, tele pregiate, corse a cavallo, concerti, si muove Andrea Sperelli, tutto teso a ristabilire il valore supremo della bellezza, che è stata surclassata dal profitto e dal capitalismo. Sotto il ”grigio diluvio democratico”, Andrea, con la sua vita inimitabile, irraggiungibile per chi non condivide il culto del bello, conferisce all’arte quella sua importanza imprescindibile. Sperelli è l’ ”ultimo discendente d’una razza intellettuale”, l’ultimo gentiluomo e artista, l’ultimo uomo libero dalla morale, e qui si scorge la futura influenza nietzschiana sull’opera di D’Annunzio, dalla prosa al teatro.

 

 

Il piacere presenta una prosa artificiosa, musicale, roboante, ampollosa.

 Nel lessico si riconoscono termini latini, francesi, inglesi, greci, tedeschi. La vasta cultura di D’Annunzio e la sua grandissima abilità di scrittore trasportano il lettore in un mondo passato, vicino al declino, prossimo alla fine, quasi come le tele di Gustav Klimt che, con elementi preziosi, cercavano di nascondere il crollo dell”Impero austro-ungarico.

I motivi di fondo del Piacere presentano forti affinità con quelli del romanzo più rappresentativo del Decadentismo europeo di quegli anni, À rebours, di Joris-Karl Huysmans. Come il duca Jean Des Esseintes, protagonista dell’opera di Huysmans, anche Andrea Sperelli è totalmente votato alla ricerca estetica, al pieno godimento delle più raffinate sensazioni, e, come lui, destinato alla sconfitta. Compare qui, in maniera estremamente esplicita, quel motivo che la critica ha indicato fra quelli fondamentali della personalità dannunziana, il velleitarismo, ovvero la frattura tra il desiderio di affermazione del proprio io e la costante percezione dell’impossibilità di ottenerla.

 

In questo senso, Il piacere anticipa le posizioni che D’Annunzio verrà precisando nei romanzi successivi. Ma è indispensabile ricordare ancora una volta che quest’opera testimonia l’eccezionale capacità dello scrittore nel captare e assimilare le espressioni della più recente cultura d’oltralpe, e si propone, proprio per questo, come il primo contributo italiano alla definizione europea dell’eroe decadente che, dopo Des Esseintes, assumerà, in Inghilterra, le splendide e ambigue fattezze di Dorian Gray, l’inquietante protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Wilde.

 

 

 

 

 

 

 

Il poeta e la divina 

 

 

 

La famosa attrice Eleonora Duse

 

 

 

 

LA PIOGGIA NEL PINETO di Gabriele D’Annunzio

La lirica appartiene alla sezione centrale di Alcyone, dedicata all’estate. Il poeta, insieme a una donna chiamata Ermione, è sorpreso dalla pioggia mentre passeggia nella pineta di Marina di Pisa.

Fu scritta nell’estate del 1902, quando Gabriele D’Annunzio e la compagna Eleonora Duse (la più grande ed importante attrice di teatro italiana tra Ottocento e Novecento) soggiornavano alla “Versiliana”, villa signorile presso Marina di Pietrasanta (Lucca), tra Forte dei Marmi e Viareggio. La spiaggia e la pineta che fanno da scenario al canto dannunziano sono quelle di Marina di Pisa, ad una cinquantina di chilometri dalla “Versiliana”.

 

Metricamente la canzone è formata da quattro strofe di 32 versi liberi (ternari, quinari, senari, settenari, ottonari, novenari) ciascuna.

L’ultimo verso di ogni strofa è costituito dal nome di Ermione.

 

 

Il poeta si trova a Marina di Pisa con la sua amante e famosissima attrice Eleonora Duse. la donna amata accompagna il poeta durante una passeggiata estiva in una pineta vicino al mare, finché un temporale non li sorprende, lasciandoli soli e intimi nel pineto, sotto l’acqua che cade e che crea un’atmosfera surreale. La donna viene chiamata “Ermione”, un nome che ricorda un personaggio della mitologia greca, figlia di Elena e Menelao, sposata e abbandonata da Oreste.

D’Annunzio è come Oreste che torna a lei e alla Natura dopo aver dimenticato di contemplare questo mondo incontaminato, perso nella vita caotica e mondana della città.  

 

Quindi i due amanti passeggiano in una deserta pineta vicino al mare, li sorprende un fresco temporale estivo. Le gocce, cadendo leggere sui rami e sulle foglie, creano una musica magica e orchestrale, destando odori e vita segreta nel bosco. I due amanti si inoltrano sempre più nel fitto della vegetazione e, così circondati, coinvolti e immersi da una sinfonia di suoni, profumi e sensazioni sprigionati dalla pioggia, si sentono parte viva della natura che li circonda, fino ad immedesimarsi con essa stessa e a trasformarsi in creature vegetali. Questa trasformazione inizia nella seconda strofa, dove il poeta paragona il volto di Ermione a una foglia e i suoi capelli a una ginestra e si compie nell’ultima strofa,  dove D’Annunzio definisce Ermione non bianca ma quasi fatta virente, cioè verde, come una pianta, e ne paragona i vari elementi del corpo ad altrettanti elementi naturali: il cuore alla pesca, gli occhi alle polle (pozzanghere) d’acqua, i denti alle mandorle.

In questa immersione totale del poeta e di Ermione nel paesaggio naturale che li circonda entrambi ritrovano “La favola bella che illude”, cioè la vita con i suoi sogni d’amore e le sue speranze.

 

 

 

 

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove su i pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole aulenti,

piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.

 

 

Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura

con un crepitío che dura

e varia nell’aria

secondo le fronde

più rade, men rade.

Ascolta. Risponde

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

né il ciel cinerino.

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancóra, stromenti

diversi

sotto innumerevoli dita.

E immersi

noi siam nello spirto

silvestre,

d’arborea vita viventi;

e il tuo volto ebro

è molle di pioggia

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.

 

 

Ascolta, ascolta. L’accordo

delle aeree cicale

a poco a poco

più sordo

si fa sotto il pianto

che cresce;

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco

s’allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne.

Non s’ode voce del mare.

Or s’ode su tutta la fronda

crosciare

l’argentea pioggia

che monda,

il croscio che varia

secondo la fronda

più folta, men folta.

Ascolta.

La figlia dell’aria

è muta; ma la figlia

del limo lontana,

la rana,

canta nell’ombra più fonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.

 

 

Piove su le tue ciglia nere

sìche par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pesca

intatta,

tra le pàlpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe,

i denti negli alvèoli

con come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti

(e il verde vigor rude

ci allaccia i mallèoli

c’intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri vólti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

m’illuse, che oggi t’illude,

o Ermione.

 

 

Parafrasi:

Taci. Entrando nel bosco non odo più suoni umani, ma odo parole insolite pronunciate dalle gocce che cadono in lontananza. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove sulle tamerici impregnate di salsedine ed arse dal sole, sui pini dalle scorze ruvide e dalle foglie aghiformi, sui mirti sacri a Venere, sulle ginestre dai gialli fiori raccolti e sui ginepri che sono pieni di bacche profumatissime. Pio-ve sui nostri volti divenuti tutt’uno con il bosco piove sulle nostre mani nude, sul nostro corpo, sui nuovi pensieri sbocciati dall’anima rinnovata, sull’illusoria favola dell’amore che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione.

 

 

Odi? La pioggia che cade sul fogliame della pineta deserta producendo un crepitio che dura e varia secondo quanto è folto il fogliame. Ascolta. Alla pioggia risponde il canto del-le cicale che non è fermato né dalla pioggia né dal colore scuro del cielo. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora, e le gocce di pioggia sono come mi-riadi di dita che fanno suonare diversamente queste piante. Noi siamo nel più intimo della foresta, non più esseri umani ma vivi d’una vita vegetale. E il tuo volto bagnato ed ine-briato dalla gioia e le tue chiome profumano come le ginestre, o creatura originata dalla terra che hai nome Ermione.

 

 

Ascolta, ascolta. Il canto delle cicale che stanno nell’aria va diminuendo sotto la pioggia che aumenta. Ma in crescendo si mescola un canto più rauco, che sale dall’ombra scura dello stagno in lontananza. Solo una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spe-gne. Non arriva il suono delle onde sulla spiaggia. Non si sente sulle fronde degli alberi scrosciare la pioggia d’argento che purifica, lo scroscio che varia secondo i rami più folti, meno folti.

Ascolta. La cicala è muta, ma la figlia del lontano fango, la rana, canta nell’ombra più profonda, chissà dove, chissà dove. E piove sulle tue ciglia, o Ermione.

Piove sulle tue ciglia nere, che sembra tu pianga di piacere, non bianca ma quasi verde, sembri uscita dalla corteccia di un albero.

 

 

E tutta la vita è in noi fresca e odorosa, il cuore nel petto è come una pesca non ancora toccata, gli occhi tra le palpebre sono come fonti d’acqua in mezzo all’erba; i denti nelle gengive sembrano mandorle acerbe. E andiamo di cespuglio in cespuglio, ora tenendoci per mano ora separati (la ruvida e forte stretta delle erbe aggrovigliate ci blocca le ginocchia) chissà dove, chissà dove! Piove sui nostri volti divenuti tutt’uno con il bosco piove sulle nostre mani nude, sul no-stro corpo, sui nuovi pensieri sbocciati dall’anima rinnovata, sull’illusoria favola dell’amore che ieri mi illuse, che oggi ti illude, o Ermione.

 

 

 

Il Taci iniziale della poesia è un invito a creare l'atmosfera di silenzio e di ascolto e, attraverso questa onomatopea, le cose, viste o toccate sono ricondotte essenzialmente al loro suono Il poeta si trova a Marina di Pietrasanta con Ermione, la sua donna amata e, mentre passeggiano in una deserta pineta vicino al mare, li sorprende un fresco temporale estivo.

 

Le gocce, cadendo leggere sui rami e sulle foglie, creano una musica magica e orchestrale, destando odori e vita segreta nel bosco. I due amanti si inoltrano sempre più nel fitto della vegetazione e, così circondati, coinvolti e immersi da una sinfonia di suoni, profumi e sensazioni sprigionati dalla pioggia, si sentono parte viva della natura che li circonda, fino ad immedesimarsi con essa stessa e a trasformarsi in creature vegetali

Questa trasformazione inizia nella seconda strofa, ai versi 52-61, dove il poeta paragona il volto di Ermione a una foglia e i suoi capelli a una ginestra e si compie nell'ultima strofa, a partire dal verso 97, dove D'Annunzio definisce Ermione non bianca ma quasi fatta virente, cioè verde, come una pianta, e ne paragona i vari elementi del corpo ad altrettanti elementi naturali: il cuore alla pesca, gli occhi alle polle (pozzanghere) d'acqua, i denti alle mandorle.

 

Questa meravigliosa trasformazione, questa immersione totale del poeta e di Ermione nel paesaggio naturale che li circonda è la "favola bella". Una favola perché si tratta di un'illusione momentanea, ma bella perché questo senso di comunione perfetta con la natura è fonte di serenità e di gioia.

 

 

Commento

“La pioggia nel pineto” è una delle liriche più note di D’Annunzio. Essa appartiene alla sezione centrale della raccolta “Alcyone”, dedicata all’estate e alla celebrazione della natura come fonte di ispirazione e di sollievo per l’uomo. Qui la poesia diventa musica.

Il tema centrale della poesia è la pioggia estiva che cadendo sulla pineta deserta, vicino al mare, dà vita a una miriade di suoni. Il poeta è in compagnia della donna amata, Ermione, e la invita a tacere per ascoltare l`armonia che si leva dalla vegetazione battuta dalla pioggia. Tutti tesi a percepire ogni suono, ogni minima sensazione, i due amanti si immedesimano sempre più nel paesaggio fino a subire una "metamorfosi", fino a trasformarsi e divenire un tutt'uno con la natura.

E’ rivolta alla donna amata, Eleonora Duse, che il poeta chiama Ermione, come per rendere immortale la sua donna. Infatti Ermione (che nella realtà era l’attrice Eleonora Duse) è un nome tratto dalla mitologia greca e corrisponde alla figlia di Elena e di Menelao.

La scena si svolge in un bosco, nei pressi del litorale toscano, sotto la pioggia estiva. Il poeta passeggia con la sua donna, Ermione e la invita a stare in silenzio per sentire la musica delle gocce che cadono sul fogliame degli alberi. Inebriati dalla pioggia e dalla melodia della natura, il poeta e la sua donna si abbandonano al piacere delle sensazioni con un’adesione così totale che a poco a poco subiscono una metamorfosi fiabesca e si trasformano in creature vegetali.

La struttura musicale della poesia esprime il tipico intento decadentista di trasformare le parole in musica, e in questo caso nella musica “reale” composta dalla pioggia.

 

I temi dominanti della poesia sono:

Sensismo e ricerca della bellezza. Il sensismo è la ricerca di tutto ciò che proviene dai cinque sensi: il mondo deve essere conosciuto non attraverso un ragionamento razionale ma solo attraverso ciò che i nostri sensi provano vivendo determinati momenti. Per D’Annunzio questo discorso si accompagna alla ricerca della bellezza: il bello è percepito attraverso i sensi e ricercato nel pineto e in tutti i suoi elementi.

Le voci misteriose della natura. Il poeta invita Ermione a tacere e ad ascoltare la musica della pioggia. Egli è attento a cogliere le sfumature più diverse e le varie modulazioni che le gocce di pioggia producono sulle piante del bosco. A questo concerto della pioggia partecipano anche le cicale con il loro canto e le rane, il cui verso sordo e roco si spegne nell'ombra di un luogo lontano e indeterminato (il chi sa dove, chi sa dove vuole creare un'impressione di lontananza favolosa).

La metamorfosi. La sinfonia dei suoni conduce gradualmente l'uomo e la donna in una dimensione di sogno, entro la quale avvengono i riti metamorfici. Dapprima si confondono con il bosco (piove su i nostri vòlti silvani,), poi Ermione è paragonata agli elementi della natura (il volto come una foglia, le chiome come le ginestre), diventa quasi una ninfa del bosco (virente), infine si fondono entrambi con gli elementi della natura, sentendosi parte viva e integrante di essa: il cuore è come una pèsca, gli occhi sono come sorgenti, i denti sono mandorle acerbe. La lirica si chiude con la ripresa del tema della pioggia, quasi a prolungare quello stato di estasi cui sono pervenuti il poeta e la sua compagna.

Il panismo. Tale definizione deriva dal greco Pan (che è, sia il nome dell'antica divinità dei boschi, sia l'aggettivo greco indefinito tutto) ed indica la completa fusione tra l'uomo e la natura che lo circonda, l’identificazione dell'uomo con la vita vegetale. Il panismo dannunziano tende ad umanizzare la natura, a coglierne il richiamo attraverso gli organi di senso; in essa l'individuo si espande gioiosamente con una identificazione prima fisica e poi spirituale.

Durante il temporale estivo ci si immerge completamente nel paesaggio, il poeta chiede subito alla sua compagna di far silenzio (“Taci!”) per contemplare solamente i rumori dell’acqua e della natura che si trasforma intorno, sotto l’incessante picchiettare della pioggia. Ogni verso non è che un altro passo dentro questo mondo incontaminato, lontano dall’umanità, finché non ci si perde del tutto. Al termine della poesia addirittura i due protagonisti sono diventati una sola cosa con il bosco: al tema del panismo se ne collega subito un altro, quindi, cioè quello della metamorfosi –la trasformazione del corpo da una forma a un’altra- che il poeta tratta ricordando le Metamorfosi di Ovidio, poeta classico, dove i protagonisti diventavano realmente, da umani, elementi naturali come alberi o animali.

L'amore. li poeta non esprime sentimenti profondi, l'amore è sentito come un'illusione e la vita appare fuggevole. La "favola bella" illuse e continua ad illudere i due protagonisti, il loro "ieri" ed il loro "oggi" sono distinti anche se identici (t'illuse..., m'illude, m'illuse... t'illude), l'or congiunti or disciolti indica che tra loro si alterna l'unione all'estraneità dei sentimenti.

 

 

Il poeta offre un’immagine raffinatissima e suggestiva di un’atmosfera naturale espressa con una struttura frammentaria dei versi e con la ripetizione di parole e di frasi e dal susseguirsi di sensazioni uditive, visive, olfattive, tattili, ritmate dal ripetersi di due verbi chiave, “piove” e “ascolta”, in cui però le sensazioni uditive prevalgono sulle altre. La poesia, infatti, è una sinfonia musicale perché il poeta sceglie le parole non tanto per il loro significato quanto per il loro suono (caratteristica tipica del decadentismo e di D’Annunzio in particolare), per creare la suggestione di una musica.

"La pioggia nel pineto” rende l'idea di una composizione sinfonica. Il poeta, infatti, attraverso l'uso accurato della parola sembra riprodurre delle vivide sonorità, rumori che sono prodotti dallo scròscio della pioggia sulla vegetazione circostante. La pioggia che cade sul bosco crea differenti suoni in base alle piante che essa colpisce, agli effetti di eco che si generano nella pineta, all’intensità stessa della precipitazione.

La musicalità viene riprodotta anche dal canto delle cicale, dal verso di una rana nel momento in cui smette di piovere.

Molto accurata è anche la rappresentazione delle sfumature di colore attraverso la descrizione precisa della vegetazione (per esempio ricorrente è l'utilizzo del colore verde).

 

La poesia è divisa in quattro strofe (per un totale di 128 versi), che descrivono i vari momenti della metamorfosi: il processo che porterà lui ed Ermione a trasformarsi da uomini a vegetali. La prima tappa è quella del silenzio, fondamentale per estraniarsi dal mondo umano e percepire i suoni “non umani” della natura.

Ogni strofa termina con il nome della donna, Ermione, riferimento classico come quasi per rendere immortale la sua donna. Ermione (che nella realtà era l'attrice Eleonora Duse) è un nome tratto dalla mitologia greca e corrisponde alla figlia di Elena, moglie di Menelao e causa della guerra di Troia.

La poesia si conclude riprendendo i versi che chiudevano la prima strofa

Le rime sono libere e spesso sostituite dall’assonanza.

I versi sono di misure molto diverse (si va dal ternario al settenario, dal quinario al senario, all’ottonario, al novenario; alcune coppie di versi ricompongono poi la misura dell’endecasillabo

 

 

La poesia La pioggia nel pineto è ricca di figure retoriche tra cui

 

enjambement (Enjambement è una parola francese che significa "inarcatura" e consiste nella continuazione di una frase al verso successivo, annullando così la pausa di fine verso).Con l’enjambement la pausa ritmica di fine verso non coincide con una pausa logica perciò la frase si spezza a fine verso per concludersi al verso successivo.

 

allitterazioni (ripetizione di una stessa consonante o sillaba in parole vicine)

es: tamerici salmastre ed arse dove torna il suono della –t- e della –s-

es: d’arborea vita viventi/e il tuo volto ebro dove i suoni ripetuti sono  –r- e –v-

NB: Grazie alle allitterazioni possono essere evocate diverse sensazioni condizionate dalle lettere che realizzano l'allitterazione stessa, in base a quello che si chiama fonosimbolismo (e che è in certo modo avvicinabile all'onomatopea). Ad esempio:

le consonanti dal suono secco (g, c, r) evocano una sensazione di durezza;

le consonanti dal suono dolce (v e l) evocano una sensazione di morbidezza, piacere;

la vocale a evoca un senso di ampiezza;

la vocale u evoca un senso di gravezza;

la vocale i evoca un senso di chiarezza;

la vocale e evoca un clima rasserenante.

 

onomatopee (figura retorica che consiste nell'imitazione parziale da parte della sequenza fonica del lemma, del suono di cui il lemma stesso esprime il significato, come ad esempio: gocciole; crepitio, crosciare il suono delle parole richiama il rumore della pioggia).

 

anafore (l'iterazione di "ascolta" e di "piove").

 

similitudini (paragoni del tipo "è molle di pioggia come una foglia").

 

personificazioni (La natura è descritta con termini antropomorfici: la sera si trasforma in una figura femminile, e il poeta e la sua compagna Ermione entrano estaticamente nella fisicità biologica della vita vegetale. Ermione rappresenta non solo una figura reale ma un concetto, e cioè un amore dimenticato e puro a cui tornare).

 

apostrofe: (dal greco apostréphein, “girare, volgere indietro”) per cui in un testo narrativo, poetico od espositivo si fa direttamente appello ad una persona o ad una cosa personificata con l'uso della seconda persona singolare. Qui il poeta si rivolge direttamente all’amata, Ermione, chiamandola più volte.

 

 

Osservazioni:

Il verbo “piove” viene ripetuto come un mantra, acquistando un valore quasi sacrale.

Da notare che l’incipit della poesia, sottolinea la necessità del silenzio (“Taci”, v. 1) e segna una “soglia” , quasi si entrasse in un’ altra dimensione. Uno dei temi della Pioggia nel pineto è infatti la trasfigurazione della parola dalla sua finalità più realistica e concreta ad una funzione “nuova” (e quindi non più umana), che ricrei, attraverso gli effetti pittorico-musicali del testo, l’esperienza di sublimazione di sé vissuta nella pineta dal poeta e da Ermione.

E’ importante sottolineare che Le “tamerici” (un arbusto tipico della vegetazione mediterranea) costituiscono un rimando a Pascoli (con cui D’Annunzio non ebbe mai ottimi rapporti), altro autore fondamentale del Decadentismo e del Simbolismo italiani. Infatti Myricae (il nome latino della pianta) è il titolo della prima raccolta poetica di Giovanni Pascoli.

 

Nella prima parte della descrizione della “pineta” D’Annunzio si concentra su colori ed odori del bosco; si passerà poi, nella strofe successiva, ai suoni e al ritmo della pioggia che batte.

la favola bella: si tratta delle illusioni umane, che nutrono sia il poeta che Ermione, ma da cui ora, nell’atmosfera trasognata della pineta, entrambi si stanno svincolando.

Al verso 21 chi sa dove, chi sa dove: l’indeterminatezza spaziale contribuire a creare la sensazione di fusione con la natura.

Si attua una umanizzazione della natura e una naturalizzazione dell'umano.

 

 

il tema della pioggia e la similitudine col pianto è centrale in tutta la raccolta Alcione.